Canale San Vincenzo

Il faro bianco sullo sfondo, croci incise su pietre e pareti, antri piccoli e grandi, scavati e naturali. Il verde che inebria e acceca, l’acqua che scorre e purifica. Siamo nel canale di San Vincenzo.
Dalla strada provinciale che da Castrignano del Capo conduce al tacco d’Italia, una semplice, vecchia scala di pietra funge da tramite tra presente e passato per accompagnare l’uomo moderno, a instaurare un contatto con il passato.

Costituito da un canalone naturale dove si aprono una quarantina di cavità, forgiate in parte dalla natura e in parte dalla mano dell’uomo. Un vero e proprio villaggio rupestre con alcuni, quasi inverosimili, archetipi di case a corte.

Ambienti piccoli, solitamente monolocali con sporadiche eccezioni a due “camere”, ad esclusione di una cavità naturale, profonda una 30ina di metri, ricca di nicchie e croci.

Nelle contrade limitrofe al canale, le pietre che compongono i muri hanno delle croci incise e presentano forme regolari e modellate. Probabilmente un tempo erano parte di strutture ricettive per i pellegrini che da ogni parte d’Europa giungevano a Leuca, continuamente, per onorare l’invito di Papa Giulio I, formalizzato nell’agosto del 342.

L’area del canale è compresa tra le ultime due tappe dell’antica via pellegrinare, tra la chiesa della Madonna delle Rasce e quel Santuario bianco, su uno delle due punte che animarono la leggenda di Leucasia.

Un piccolo ponte in cemento collega le due sponde del canale, nel quale scorrono le acque meteoriche. Importante elemento che ha influito indubbiamente sulla scelta del luogo come ideale per lo stanziamento umano. La vegetazione sembra volere fagocitare terrazzamenti, mura, nicchie e cripte, archi in pietra, pajare e cisterne.
In alcuni tratti fanno capolino importanti strumenti di altrettanto importanti attività, come dei fisculi, indispensabili nella produzione olearia di un tempo.